sabato 14 novembre 2009

Avevo dunque tra le mani due miei ritratti, l'uno un autoritratto in endecasillabi, triste e angoscioso come me stesso, l'altro freddo e disegnato con apparente oggettività, da un estraneo, visto dall'alto e dal di fuori, scritto da uno che ne sapeva più eppure meno di me. E i due ritratti, il balbettìo malinconico della mia poesia e l'intelligente bozzetto di mano ignota, mi fecero male tutti e due, entrambi avevano ragione, delineavano senza veli la mia esistenza sconfortata, rivelavano chiaramente  che la mia situazione era insopportabiloe e insostenibile. Quel lupo della steppa doveva morire, doveva por fine di sua mano a un'esistenza noiosa....oppure, sciolto nel fuoco morale di un rinnovato esame di sè stesso, doveva mutarsi, strapparsi la maschera e diventare un nuovo io. Ahimè questo processo non mi era nuovo e ignoto, lo conoscevo bene, l'avevo già vissuto più volte, sempre nei momenti di estrema disperazione. Ogni volta quell'avvenimento sconvolgente aveva mandato in frantumi il mio io, potenze abissali l'avevano scosso e distrutto, un pezzo particolarmnente curato e amato della mia vita si era sciolto da me ed era andato perduto.


Da: Il lupo della steppa di Hermann Hesse

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