Kafka disse: "Lei descrive il poeta come un uomo meravigliosamente grande che posa i piedi sulla terra, mentre la testa scompare tra le nubi. Questa è naturalmente un'immagine molto comune entro l'ambito della mentalità convenzionale dei piccoli borghesi. E' un'illusione di desideri reconditi che non ha niente a vedere con la realtà. Il poeta è sempre molto più piccolo e più debole della media sociale. Perciò sente il peso dell'esistenza terrena molto più intensamente degli altri uomini. Il canto è per lui personalmente un grido. Per l'artista l'arte è un affanno, mediante il quale egli si rende libero per un altro affanno. Non è un gigante, ma soltanto un uccello più o meno variopinto nella gabbia della sua esistenza."
Il mio amico Ernst Lederer scriveva poesie con uno speciale inchiostro azzurro su fogli pregiati di carta a mano. Ne parlai con Kafka che osservò: "E' giusto. Ogni mago ha il suo cerimoniale. Haydn, per esempio, componeva soltanto in parrucca solennemente incipriata. Lo scrivere è precisamente una specie di evocazione di fantasmi".
"La poesia è condensazione, un'essenza. La letteratura invece è dissolvimento, un alimento che facilita la vita incosciente, un narcotico. La poesia è esattamente il contrario, ci risveglia."
"Dunque la poesia tende verso la religione?" "Non direi. Ma certo verso la preghiera".
"Il poeta è costretto a sollevare le cose sul piano della verità, della purezza e della durata. La letteratura cerca la comodità. Il poeta, invece, è un cercatore di felicità, cosa tutt'altro che comoda".
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