martedì 17 novembre 2009

La pianta di rabarbaro

Dà molto e chiede ben poco. D'inverno le foglie scompaiono e la radice sotto terra non soffre il freddo, per cui non occorre che la protegga; nessun insetto le è nemico, per cui non richiede alcun trattamento; sta ritta da sola,  non c'è bisogno che l'appoggi a un sostegno. Ogni tanto la libero da una famigliola di formiche che s'è annidata nel cavo di una foglia, e dalle foglie più basse che tendono a marcire quando piove tanto. Non ha dunque particolari pretese; ma per la raccolta vuole un'attenzione assoluta.


Raccogliere il rabarbaro non è come spiccare un pomodoro maturo, tagliare un ciuffo di prezzemolo o estirpare gli spinaci. Devo agire su una foglia alla volta e cominciare dalle più sviluppate, basse ed esterne, inserire il pollice nella scanalatura alla base del picciolo, nel punto in cui questo si origina dalla radice, e far oscillare la foglia intera ruotandola con un movimento garbato ma fermo, che ne allenta pian piano la presa d'attacco, sempre mantenendo la mano a livello del terreno. Un movimento affrettato rischia di spezzare il picciolo lasciandone qualche brandello attaccato alla radice, dove la ferita aperta può imputridire: se così avviene la pianta soffre, si ammala, può morire.


Come con gli uomini, rifletto, specialmente coi bambini, coi vecchi, con chi sta male: ognuno ha bisogno di una cura particolare, di ognuno bisogna conoscere il punto di possibile sofferenza e animare di una particolare sollecitudine gli atti che lo toccano, ponendo attenzione a non ferirlo in modo irreparabile. Ogni rapporto umano è grazia e rischio.


Da: L'arte di coltivare l'orto e sè stessi di  Adriana Bonavia Giorgetti

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